Tag Archive: Speranza


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Credere davanti all’impossibile, Credere nonostante le avversità, Credere che tutto possa accadere se il Signore vuole.
Credere è una parola magica che ti fa affrontare la vita in maniera completamente diversa, ti fa entrare in una strada a cercare parcheggio alle quattro di notte quando tutti i posti sono solitamente esauriti alle sette di sera, ti fa accogliere un bambino che nessuno ha voluto perché troppo difficile e riuscire ad entrare nel suo cuore per dargli la possibilità di crescere, ti fa bussare a tutte le porte sena mai scoraggiarsi, ti fa andare avanti anche quando tutti ti deridono, ti fa studiare nonostante i brutti voti, ti fa cercare lavoro quando attorno a te la crisi miete sempre più vittime. Credere è un portentoso unguento che ti permette di insinuarti nelle pieghe della vita, scivolare tra le spire mortali di un serpente che vorrebbe stritolarti. Credere è vivere con la speranza che tutto si possa risolvere e che ciò che è ineluttabile ed apparentemente negativo sia comunque un bene per qualcuno e volontà di Dio, imparando così ad accettare ma non a subire.
Credere è gioia, è abbandono tra le braccia di un Padre che non potrà mai deluderti, è tranquillità.

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NOTTE DI STELLE

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La crisi aveva picchiato duro, ed in famiglia tutti sentivano un nodo in gola! Il papà era stato messo in ” cassa-integrazione ” e, da giorni, si parlava solo di come riuscire a risparmiare.
Nessuno aveva voglia di parlare ! Improvvisamente, la mamma batté le mani, per attirare l’attenzione di tutti e disse :
“Tutti in piedi, e venite fuori, nel piccolo giardino ! Guardate il cielo ! ”

Tutti guardarono in su… L’immensa cupola, di velluto nero, era un trionfo di stelle, vive e pulsanti. Fissandolo, si provava come una vertigine, come se tutta quella brillante moltitudine li risucchiasse, in un vortice senza fondo.
Si sentirono piccoli, piccoli.
Si strinsero l’un l’altro, e si abbracciarono ! Quell’incredibile spettacolo li soggiogava, e li spronava: era tutto così grande, illimitato, senza tempo.
Allargava la mente ed il cuore, infondeva un nuovo coraggio.
Sembrava la grande pubblicità della speranza , disse, semplicemente, la mamma :
“È di notte, che si vedono le stelle!”

«Nei giorni bui, della nostra vita, solo la ” Fede “, può aiutarci, a vedere le “Stelle ” ! »

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Spesso ho vissuto di speranza contro ogni speranza e ho spinto la mia speranza fino alla totale fiducia in Dio.

Santa Faustina

QUESTO NATALE?

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Nel paradiso degli animali l’anima dell’asinello chiese all’anima del bue:
“Ti ricordi per caso quella notte, tanti anni fa, quando ci siamo trovati in una specie di capanna e là, nella mangiatoia…?”

rispose il bue :
“ Lasciami pensare… Ma sì nella mangiatoia, se ben ricordo, c’era un bambino appena nato ”“Bravo. E da allora sapresti immaginare quanti anni sono passati?”

“Eh no, figurati! Con la memoria da bue che mi ritrovo”.

“Più di duemila”.

“Accipicchia”.

“E a proposito, lo sai chi era quel bambino?”

“Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio, se non sbaglio. Certo, era un bellissimo bambino”.

L’asinello sussurrò qualche cosa al bue.

“Ma no! – fece costui – sul serio? Vorrai scherzare spero”.

“La verità, lo giuro. Del resto io lo avevo capito subito…”

“Io no – confessò il bue – si vede che tu sei più intelligente. A me, non aveva neppure sfiorato il sospetto. Benché, certo, a vedersi, era un bambino straordinario”.

“Bene, da allora gli uomini ogni anno fanno grande festa per l’anniversario della nascita. Per loro è la giornata più bella. Tu li vedessi. È il tempo delle serenità, della dolcezza, del riposo dell’animo, della pace, delle gioie familiari, del volersi bene. Perfino i manigoldi diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale. Anzi, mi viene un’idea, già che siamo in argomento, perché non andiamo a dare un’occhiata?”

“Dove?”

“Giù sulla terra, no!”

“Ci sei già stato?!”

“Ogni anno, o quasi, faccio una scappata. Ho un lasciapassare speciale. Te lo puoi fare anche tu. Dopo tutto, qualche piccola benemerenza possiamo vantarla, noi due”.

“Per via di aver scaldato il bambino col fiato?”

“Su, vieni, se non vuoi perdere il meglio. Oggi è la vigilia”.

“E il lasciapassare per me?”

“Ho un cugino all’ufficio passaporti”.

Il lasciapassare fu concesso. Partirono. Lievi, lievi. Planarono sulla terra, adocchiarono un lume, vi puntarono sopra. Il lume era una grandissima città. Ed ecco il somarello e il bue aggirarsi per le vie del centro, trattandosi di spirito, automobili e tram gli passavano in mezzo senza danno, e a loro volta le due bestie passavano attraverso come se fossero fatti d’aria. Così potevano vedere bene tutto quanto. Era uno spettacolo impressionante, mille lumi, le vetrine, le ghirlande, gli abeti e lo sterminato ingorgo di automobili, e il vertiginoso formicolio della gente che andava e veniva, entrava ed usciva, tutti carichi di pacchetti, con un’espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti.
Il somarello sembrava divertito. Il bue si guardava intorno con spavento.

“ Senti amico: mi avevi detto che mi portavi a vedere il Natale. Ma devi esseri sbagliato. Qui stanno facendo al guerra”.

“Ma non vedi come sono tutti contenti?”

“Contenti? A me sembrano pazzi”.

“Perché tu sei un provinciale, caro il mio bue. Tu non sei pratico degli uomini moderni, tutto qui. Per sentirsi felici, hanno bisogno di rovinarsi i nervi”.

Per togliersi da quella confusione, il bue, valendosi della sua natura di spirito, fece una svolazzatine e si fermò a curiosare a una finestra del decimo piano. E l’asinello, gentilmente, dietro.
Videro una stanza riccamente ammobiliata e nella stanza, seduta a un tavolo, una signora molto preoccupata.
Alla sua sinistra, sul tavolo, un cumulo alto messo metro carte e cartoncini colorati, alla sua destra cartoncini bianchi. Con l’evidente assillo di non perdere un minuto, la signora, sveltissima, prendeva uno dei cartoncini colorati lo esaminava un istante poi consultava grossi volumi, subito scriveva su uno dei cartoncini bianchi, lo infilava in una busta, scriveva qualcosa sulla busta, chiudeva la busta quindi prendeva dal mucchio di destra un altro cartoncino e ricominciava la manovra. Quanto tempo ci vorrà per smaltirlo? La sciagurata ansimava.

“La pagheranno bene, immagino, – fece il bue – per un lavoro simile”

“Sei ingenuo, amico mio. Questa è una signora ricchissima e della migliore società”.

“E allora perché si sta massacrando così?”

“Non si massacra. Sta rispondendo ai biglietti di auguri”.

“Auguri? E a che cosa servono?”

“Niente. Zero. Ma chissà come, gli uomini ne hanno una mania”.

Si affacciarono più in là, a un’altra finestra. Anche qui gente che, trafelata, scriveva biglietti su biglietti, la fronte imperlata di sudore. Dovunque le bestie guardassero, ecco uomini e donne fare pacchi, preparare buste, correre al telefono, spostarsi fulmineamente da una stanza all’altra portando pacchi, spaghi, nastri, carte, pendagli e intanto entravano giovani inservienti con la faccia devastata portando altri pacchi altre scatole, altri fiori, altri mucchi di auguri. E tutto era precipitazione, ansia, fastidio, confusione e una terribile fatica. Dappertutto lo stesso spettacolo.
Andare e venire, comprare e impaccare, spedire e ricevere, imballare e sballare, chiamare e rispondere e tutti guardavano continuamente l’orologio, tutti correvano, tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava boccheggiando.

“Ma avevi detto – osservò il bue – che era la festa della serenità e della pace”.

“Già – rispose l’asinello – una volta era così. Ma cosa vuoi, da qualche anno, sarà questione della società dei consumi… Li ha morsi una misteriosa tarantola. Ascoltali, ascoltali!”

Il bue tese le orecchie. Per le strade, nei negozi , negli uffici, nelle fabbriche uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi come automi delle monotone formule di buon Natale, auguri, auguri, altrettanto auguri a lei grazie. Un brusio che riempiva la città.

“Ma ci credono? – chiese il bue – Lo dicono sul serio? Vogliono veramente tanto bene al prossimo?”

L’asinello tacque.

“E se ci ritirassimo un poco in disparte? – suggerì il bovino – Ho ormai la testa che è un pallone. Sei proprio sicuro che non sono usciti tutti matti?”

“No, no. È semplicemente Natale”.

“Ce n’è troppo, allora. Ti ricordi quella notte a Betlemme, la capanna, i pastori, quel bel bambino. Era freddo anche lì, eppure c’era una pace, una soddisfazione. Come era diverso!” “E quelle zampogne lontane che si sentivano appena appena”. “E sul tetto, ti ricordi, come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli erano”.

“Uccelli? Testone che non sei altro. Angeli erano!”.

“E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora, le stelle hanno la vita lunga”.

“Ho idea di no – disse l’asino – c’è poca aria di stelle, qui”.

Alzarono il muso a guardare, e infatti non si vedeva niente, sulla città c’era un soffitto di caligine e di smog.

LA CITTA’ SMEMORATA

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Una volta, in una piccola città, uguale a tante altre, cominciarono a succedere dei fatti strani.
I bambini dimenticavano di fare i compiti, i grandi si dimenticavano di togliersi le scarpe prima di andare a dormire, nessuno si salutava più. Le porte della chiesa rimanevano chiuse. Le campane non suonavano più. Nessuno sapeva più le preghiere.
Un lunedì mattina, però, un m

aestro domandò ai suoi alunni:
” Perché ieri non siete venuti a scuola ? “risposero gli scolari :
” Ma ieri era domenica ! La domenica non c’è scuola ”

” Perché ? ” chiese il maestro.

Gli alunni non seppero che cosa rispondere. Si avvicinava il Natale e il maestro chiese ancora :
” Perché suonano questa musica dolce? Perché sull’albero ci sono le candele ?”

Nessuno lo sapeva.
Due amici avevano litigato: si erano insultati fino a diventare rauchi , pensava tristemente uno di loro :
” Ora non ho più nessun amico ”

E non sapeva che cosa fare.
La piccola città si faceva sempre più grigia e triste. La gente diventava ogni giorno più egoista e litigiosa.

all’improviso tutti dissero :
” Ho l’impressione di aver dimenticato qualcosa ”

Un giorno soffiava un forte vento tra i tetti, così forte da smuovere le campane della chiesa. La campana più piccola suonò.
Improvvisamente la gente si fermò e guardò in alto. E un uomo per tutti esclamò:
” Ecco che cosa abbiamo dimenticato: Dio ! ”

Se c’è speranza in questo mondo è solo perché risuona ancora il nome di Dio. Milioni e milioni di persone gettano su questo nome le gioie e le paure della propria esistenza. E’ l’unico nome che porta su di sé il peso dell’umanità e che dà un senso a tutto.
Anche per questo non possiamo rinunciare a pronunciarlo con rispetto e fiducia.

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Un giorno la Madonna ci ha detto una bella cosa. Satana tante volte approfitta di una persona che si sente indegna, che si sente depressa, che ha vergogna di Dio: questo è proprio il momento in cui Satana approfitta per distoglierci da Dio. La Madonna ci ha detto di avere

 questa idea fissa: Dio è vostro Padre e non importa come tu sei. Non lasciate nemmeno un momento di dolezza a Satana, a lui già gli basta per non farti incontrare col Signore. Mai lasciate Dio perché Satana è troppo forte. Per esempio se hai commesso un peccato, se hai litigato con qualcuno, non rimanere solo, ma chiama subito Dio, chiedigli perdono e vai avanti.

Dopo un peccato ci mettiamo a pensare e dubitare che Dio non possa perdonare… Non così…. noi misuriamo sempre Dio dalla nostra colpa. Diciamo: se il peccato è piccolo Dio mi perdona subito, se il peccato è grave Gli occorre tempo … A voi servono due minuti per riconoscere di aver peccato; ma al Signore non occorre tempo per perdonare, il Signore perdona subito e voi dovete essere pronti per chiedere e accettare il Suo perdono e non lasciate che Satana approfitti di questi momenti di sbandamento, di deserto. Chiamatelo come siete, andate avanti subito; davanti a Dio non dovete presentarvi belli e preparati; no, ma andate a Dio come siete così che Dio possa rientrare subito nella vostra vita anche nei momenti in cui si è più peccatori. Proprio quando ti sembra che il Signore ti ha lasciato è quello il momento di tornare, presentandoti così come sei.

Marija Dugandzic

NOTTE DI STELLE

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La crisi aveva picchiato duro, ed in famiglia tutti sentivano un nodo in gola ! Il papà era stato messo in “cassa-integrazione” e, da giorni, si parlava solo di come riuscire a risparmiare…
Nessuno aveva voglia di parlare !
Improvvisamente, la mamma batté le mani,per attirare l’attenzione di tutti e disse :

” Tutti in piedi, e venite fuori, nel piccolo giardino ! Guardate il cielo ! “

Tutti guardarono in su…
L’immensa cupola, di velluto nero, era un trionfo di stelle, vive e pulsanti.
Fissandolo, si provava come una vertigine, come se tutta quella brillante moltitudine li risucchiasse, in un vortice senza fondo.
Si sentirono piccoli, piccoli…
Si strinsero l’un l’altro, e si abbracciarono !
Quell’incredibile spettacolo li soggiogava, e li spronava:
era tutto così grande, illimitato, senza tempo.
Allargava la mente ed il cuore, infondeva un nuovo coraggio.
Sembrava la grande pubblicità della speranza…

disse, semplicemente, la mamma :
” È di notte , che si vedono le stelle ! “

« Nei giorni bui, della nostra vita, solo la Fede , può aiutarci, a vedere le ” Stelle ” ! »

LA SPERANZA

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Quando il vento della dura realtà spegne la fiammella della tua speranza e t’invita a volare con lui nel comodo regno della rassegnazione, non lo seguire.
Affrettati a riaccendere nel tuo cuore un’altra fiammella;
e se la spegne, riaccendine un altra;
e, se occorre, un’altra ancora; senza stancarti mai.
La speranza è come un faro:
se fa luce nel tuo cuore quando c’è la tempesta,
sai dove approdare.
Se la sua luce si spegne,
la tua nave andrà ad infrangersi
sui tanti “scogli” della vita.

RETI VUOTE

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La vita a volte è come una pesca: 
ci sono giorni in cui le reti sono piene di pesci, 
piene di gioia, di vitalità, di fortuna… 
e giorni in cui le reti sono vuote, 
in cui è grande il senso dell’inutilità e del fallimento… 
Proprio in quei momenti in cui le mie reti sono vuote, 
quando in casa si diventa come estranei, 
quando un figlio ti delude, 
quando la tua migliore amica ti tradisce, 
quando il tuo datore di lavoro ti dice che sei diventato di troppo, 
quando la tua salute ti abbandona, 
quando l’ingiustizia e la prepotenza sembrano essere più forti dell’amore, 
proprio in quei momenti, 
tu, Signore, 
non smetti di avere fiducia in me 
e mi dici che potrò ancora tirare fuori qualcosa di buono 
da queste mie reti vuote e sfilacciate… 
Tu, Signore, 
mi inviti a riprendere il largo 
verso l’orizzonte più ampio sconfinato, 
sfidando il rischio e la paura di perdere ancora, 
provando a fidarmi del mio cuore, 
improvvisando i miei gesti e le mie azioni, 
lasciandomi attraversare dal quel brivido 
antico e sempre nuovo 
che si chiama amore. 
Amen.